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L’area ove sorgeva il palazzo ducale e su cui affaccia il lato Ovest della chiesa di S.Maria, sormonta
l’antico castello la cui visione si può meglio ammirare da via Dietro Corte ove e possibile scendere ripassando davanti al palazzo municipale. Il castello, il cui perimetro Ovest e Nord e costituito dalla stessa cerchia muraria ebbe origine da un’antica rocca romana e, residenza dei feudatari di Montecalvo, ebbe successivamente le varie trasformazioni che i terremoti rendevano man mano necessarie. Dalle probabili quattro torri laterali passo alla forma attuale con 1’aggiunta settecentesca degli imponenti bastioni su tutto il lato Nord-Ovest. Le attuali strutture si estendono sull’area originariamente occupata dall’intero castello. Sono ben conservati gli ambienti del piano terra che affacciano su Via Dietro Corte. Tra riproduzioni di stemmi dei feudatari di Montecalvo che ancora si conservano, di notevole interesse e quella posta sullo spigolo Nord del castello. Essa rappresenta
l’arme della famiglia Carafa inquartata con quella degli Orsini, casata di Francesca, moglie del primo conte di Montecalvo. Accanto al castello, sempre in via Dietro Corte, sorge la chiesa di S. Gaetano Thiene. Fondata nel 1653 dal barone Francesco Battimelli, nel 1682, per eredita, passo alla famiglia Bozzuti. Fu notevolmente danneggiata dal sisma del 1702. Il 14 giugno di quell’anno
l’architetto Romano 13uratti redasse la relazione dei danni in base alla quale furono eseguiti i lavori di restauro. Per far fronte alle spese il cardinale Orsini offri la somma di 120 ducati. L’unico altare, dedicato a S.Gaetano, fu scalpellato agli inizi del 1700 dal maestro Menichello che lavoro un sol blocco di pietra di Roseto. Sotto il pavimento e collocata la sepoltura della famiglia Bozzuti. Sul finire del secolo scorso i Luparella, distinta famiglia di Ariano, acquistarono i beni dei Bozzuti e successivamente donarono la chiesa di S.Gaetano ai frati minori francescani di Montecalvo cui spetta oggi la cura. Legatissimo a questa chiesa fu S.Pompilio Maria Pirrotti che ne eredito 1’affetto dalla madre Orsola Bozzuti. Continuando a percorrere via Dietro Corte si arriva in Piazza Carmine che prende il nome dalla chiesa omonima. Gia dedicata a S.Sebastiano, questa fu edificata nel 1478. Forse rifatta interamente nella prima meta del XVII secolo, in seguito al sisma del 20 luglio 1627, ricevette notevoli danni dai terremoti del 6 giugno 1688 e del 14 marzo 1702. Nel 1652 la chiesa era gia chiamata con il titolo di Maria SS.ma del Carmine che successivamente soppianto in modo definitivo quello di S.Sebastiano. Un’epigrafe incisa su pietra arenaria relativa al mutamento del titolo e conservata nel giardino del palazzo Stiscia adiacente alla stessa chiesa. Il terremoto del 23 luglio 1930 cancello definitivamente ogni segno dell’antica costruzione e la chiesa fu ricostruita ex novo con un arretramento, rispetto al vecchio sito, di alcuni metri in direzione Sud-Ovest. Il restauro conseguente al terremoto del 21 agosto 1962, saggiamente diretto dal parroco reverendo don Adriano De Lillo, ha perfettamente conservato
l’architettura del 1937, anno della riapertura seguita al restauro del 1930. All’interno della chiesa, che e a tre navate, si conserva la statua della Madonna della Libera, straordinaria opera d’arte risalente, con ogni probabilità al XIV-XV secolo (se non ad un periodo ancora più remoto). Il perdurare dei pellegrinaggi nel giorno della sua festa (ultima domenica di settembre) da parte di fedeli provenienti dai comuni della diocesi di Ariano, e dalla città di Ariano in special modo, da forza all’ipotesi che vuole il simulacro proveniente dallo scomparso feudo di Corsano il cui territorio e rimasto legato alla diocesi arianese fino al 1952. Quando nel 1962 fu chiusa al culto la chiesa di S.Maria, furono trasferiti nella chiesa del Carmine la statua seicentesca di S.Felice Martire e
l’urna con i resti mortali del santo protettore di Montecalvo.
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Madonna
della Libera
- Statua lignea sec. XV - XIV -
Chiesa del Carmine |
. Nella sacrestia si può ammirare
l’imponente pulpito in noce, secondo la tradizione donato alla chiesa sul finire dello scorso secolo dal parroco don Francesco Maria Cavalletti, e le magnifiche porte intarsiate, dono della devota Rosina Medica. Dalla via Dietro Carmine, che costeggia il lato Est della Chiesa, si diramano le vie Sotto Carmine ed Angelo Cammisa. Tra i vari fregi e portali che arricchiscono la zona e degna di nota la chiave di volta in Via Angelo Cammisa che rappresenta la Morte in una figura scheletrica armata di falce. Con ogni probabilità essa vuole essere 1’agghiacciante testimonianza della terribile peste del 1656. In quell’occasione il feudo di Corsano (oggi tenimento di Montecalvo) fu interamente distrutto al punto che i pochi superstiti si rifugiarono in Montecalvo fermandosi, prevalentemente, nella zona detta del Trappeto ove si diedero a scavare nel tufo numerose grotte che bene si prestavano alle loro esigenze (e probabile comunque che le nuove caverne si aggiunsero ad altre preesistenti). Sfruttando le stesse come retroabitazioni, essi diedero vita a quella particolare forma di edilizia che ancora oggi, nonostante i recenti crolli, fanno del Trappeto una delle zone più caratteristiche di Montecalvo. Con il nome Trappeto si indica la zona delimitata da Corso Umberto a Nord, da Chiassetto Caccese ad Est, da Via Trappeto a Sud e dalle vie Angelo Cammisa e Sotto Carmine ad Ovest. Essa e costituita da Via Sottomonte, che corre parallela a Corso Umberto, ma ad un dislivello di circa una decina di metri e si chiude con 1e vie Sotto Carmine ed Angelo Cammisa ad Ovest. Tutto il complesso
del Trappeto e adagiato lungo il pendio sud della collina e guarda gli anfratti della Costa e di Valle Paduli dai quali e separato dal Fosso Palumbo. Oltre agli sbocchi in Piazza Carmine ed in Chiassetto Caccese, da cui si ha una splendida panoramica dell’intero complesso, il Trappeto e collegato anche con Corso Umberto
attraverso stretti passaggi coperti ed alcune scalinate in pietra scalpellata. In Chiassetto Caccese, incastonato sullo spigolo del palazzo Siniscalchi, e collocato il leone in pietra dalla doppia pupilla in atto di sbranare un essere umano, esempio di fattura altomedievale e
nell’arte cristiana classica rappresentazione del Bene e del Male. Dopo aver ammirato gli innumerevoli fregi e portali che arricchiscono le strade ed i vicoli, la passeggiata nel centro storico si puo concludere con la visita, in via Lungara Fossi, degli imponenti ruderi dell’ospedale di S.Caterina. Il complesso, gia funzionante nel 1200, comprendente all’origine anche la scomparsa chiesa di S.Caterina, fu costruito dai crociati montecalvesi al ritorno dalla Terra Santa. La costruzione si addosso direttamente alla cerchia muraria,
sul lato di Via Lungara Fossi, immediatamente dopo il giardino del palazzo Pirrotti. Un imponente torre troncoconica ed un contrafforte, entrambi di considerevoli altezze, danno ancora
al complesso il caratteristico aspetto architettonico. L’entrata principale era ubicata sul lato Sud dell’edificio, mentre altre sono ancora visibili
sul lato Est. Per interessamento del conte Sigismondo Carafa e dell’amministrazione civica montecalvese, nel 1518
l’ospedale e l’annessa chiesa di S.Caterina passarono sotto la cura del beato Felice da Corsano che nel 1492 aveva dato vita ad un importante movimento di riforma nell’interno della chiesa cattolica in generale e dell’ordine agostiniano in particolare. Nato a Corsano sul finire della prima meta del XV secolo, nel 1470 fondo a Deliceto (FG) una chiesa dedicandola alla Madonna della Consolazione ed un convento a cui, successivamente, ne fecero capo altri quattordici, tra i quali quelli di Corsano e di Montecalvo, sparsi in almeno due regioni, Puglia e Campania, e cinque diocesi, Ariano, Ascoli, Benevento, Bovino e Troia. Il movimento si inserisce in quello più vasto che tra il XV ed il XVI secolo, comunque prima del concilio di Trento, interesso tutta 1’Europa e porto altresi alla Riforma di Lutero, anch’egli agostiniano e contemporaneo del beato Felice. A Deliceto, ove ancora meta di pellegrinaggi e il santuario de11a Consolazione, e vivo il ricordo del beato Felice, gia venerato da Sant’Alfonso Maria Dei Liguori e da S.Gerardo Maiella. Lasciata la zona antica e giunti di nuovo in Piazza Vittoria si può proseguire la visita al paese percorrendo corso Vittorio Emanuele in direzione del convento di S.Antonio. Nonostante
l’aria decisamente moderna che da qui in poi Montecalvo assume, antichi portali di case gentilizie riinseriti in nuove strutture, come e il caso degli stemmi Pizzillo e Cavalletti, o il settecentesco palazzo Peluso, o ancora vecchi elementi decorativi, creano un contesto architettonico in cui il nuovo non e confuso con 1’anonimo.
Il Palazzao Peluso, già Ciampone, è uno dei palazzi più belli di Montecalvo. Nel 1700 si arricchì dei pregevoli affreschi che fino a qualche anno fa arricchivano ogni sala dell’edificio. Esso e stato gravemente deturpato dalla parziale demolizione che ha interessato il lato che va verso Via S. Antonio. L’originale facciata, durata fino al 1981, era caratterizzata da una serie di otto balconi, compreso quello centrale, sotto ognuno dei quali si aprivano altrettante finestrelle quadrate con relative cancellate. Il balcone centrale sormonta il portale ed e sormontato, a sua volta, dallo stemma che fu della famiglia Peluso. Di estremo interesse sono le cantine, che si estendono per tutta
l’area del palazzo. In direzione con le due ali del portale, in linea con iI marciapiede, sono situate due eleganti colonnine in pietra e sotto il secondo balcone e collocato un progetto con scalini che aveva la funzione di aiutare il cavaliere nella salita a cavallo. All’interno trovasi ancora magnificamente affrescata, come dipinte sono le sale superstiti, la cappella privata. Dalla fine del corso Vittorio Emanuele, parallele l’una all’altra, si diramano le vie S.Antonio e Nicola Pappano. Entrambe conducono al Convento e alla chiesa di S.Antonio, nonché all’Oasi ”Maria Immacolata”. A seguito del terremoto del 21 agosto 1962, le strutture originarie del complesso religioso, risalenti al 1631, furono rase al suolo. Nel 1970 fu consacrata la nuova chiesa di S.Antonio dei frati minori francescani. Dalla fondazione ad oggi quest’istituto di culto si e arricchito di pregevoli opere d’arte che, in buona parte, ancora conserva. Nella nuova chiesa hanno ritrovato posto la cinquecentesca tavola raffigurante la Madonna detta ”della Hurita” ritenuta di arte fiamminga ed il Crocifisso Ligneo a grandezza naturale scolpito nel XVIII secolo da fra Bartolomeo, al secolo Matteo, da Buonalbergo. Della chiesa seicentesca sono stati pure montati i due cori lignei di cui quello inferiore (superiore dal 1970) rappresenta una notevole opera di magistrale intaglio. Fu scolpito nel 1688 non senza il contributo della famiglia ducale di cui in piu punti si vede scolpito lo stemma. L’altro coro, oggi divenuto superiore, e del 1719 ed insieme al grosso armadio della sacrestia pare sia opera dello stesso fra Matteo da Buonalbergo. La chiesa si e arricchita della Via Crucis dell’artista romano Antonio Zanini, discepolo del Manzu. I quadri che la compongono esprimono
l’ansia dell’uomo contemporaneo, assillato dal timore della guerra e schiavo del suo stesso progresso tecnologico. Al centro del lato sinistro della chiesa, che e ad un’unica grande navata, e
l’altare con la statua, forse seicentesca di
S.Antonio da Padova. Il lato destro e caratterizzato da una lunga vetrata policroma. I lavori per la costruzione del convento e della chiesa di S.Antonio iniziarono nel 1626 e si protrassero fino al 1631. Gia nel 1520, con la bolla ”Exponi Nobis Nuper”, papa Leone X aveva concesso 1’assenso per la costruzione del convento richiesta da Sigismondo Carafa, ma, non se ne conoscono i motivi, allora non si diede inizio ai lavori. Un secolo dopo 1’università di Montecalvo con 1’appoggio determinante della casa ducale, promosse la fondazione del grande complesso religioso. L’antico convento si caratterizzava con due chiostri il primo dei quali affrescato. Vantava sette dormitori e sessanta celle. L’intero complesso era immerso nell’intenso verde del boschetto e di diversi giardini. La biblioteca possedeva, ed in gran parte possiede ancora, diverse migliaia di volumi tra cui qualche centinaia di cinquecentine. Nel 1651 il convento di S.Antonio, per le sue particolari prerogative, fu prescelto come casa di noviziato della provincia francescana di S.Angelo in Puglia e vi furono istituite le cattedre di Filosofia e di Teologia. Con deliberazione del 30 maggio 1952 il definitorio della provincia francescana Sannito-Irpina trasformò il convento, gia dichiarato ”casa di esercizi”, in Oasi sotto il tirolo di ”Maria Immacolata” per corsi permanenti e di cultura religiosa. Ideatore e fondatore dell’Oasi fu il Molto Reverendo Padre Marciano Ciccarelli le cui spoglie riposano nella nuova chiesa interna. Il terremoto del 21 agosto 1962 causo danni irreparabili alle strutture che risorsero maestose grazie soprattutto all’impegno del Molto Reverendo Padre Filippo
Lucarelli.
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Il rione
Trappeto, molto simile ai più famosi
"Sassi di Matera", ha ispirato numerosi dipinti.
Qui un suggestivo acquerello
del pittore Domenico Albanese |

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L’Oasi ”Maria Immacolata” e un complesso moderno che si sviluppa attorno ai due caratteristici chiostri protetti da ampie vetrate, e si allunga verso il bosco dominando
l’intera vallata. Ottanta stanze singole dotate di acqua corrente calda e fredda, dieci stanze a due letti con servizi interni, venti mini- appartamenti, un’accogliente portineria con centralino telefonico, due cappelle, due sale da pranzo, bar, sale di soggiorno, di lettura e di riunione, aula magna, biblioteca, ascensori, grande piazzale in porfido con gradinate ai lati, rispondono alle esigenze di quanti desiderino trascorrere tranquille vacanze protette dalla confusione e dal chiasso della vita quotidiana. Nei locali dell’Oasi sono state collocate altre antiche preziosità del vecchio convento. Tra tutte spiccano i tavoli in scagliola policroma di Vincenzo Ciolla, valente artista montecalvese del XVIII secolo. I motivi preferiti dell’artista furono soggetti floreali e faunistici che comunque accompagnavano quasi sempre opere a carattere religioso. Nato da Geronimo e Caterina Brigante nella seconda meta del Seicento, con le sue opere pregne di luminismo, esplodenti di vita e colore, Vincenzo Ciolla diede un notevole contributo alla ripresa culturale e spirtuale di un’ epoca ancora tragicamente segnata dagli strascichi di un’epidemia tra le piu spietate nella storia del regno di Napoli. Per certi aspetti egli e il simbolo della rinascita seguita alla catastrofe della peste del 1656. Lavoro intensamente anche fuori Montecalvo, in parti- colare in Puglia. Oltre alle opere conservate nella sua patria, degni di rilievo sono i sei paliotti eseguiti per il principe di Torrenova e marchese di Casalbore Tommaso Caracciolo, nel santuario di Santa Maria della Rocca in Casalnuovo Monterotaro (FG). Oltre ad alcuni tavoli di varie proporzioni, presso
l’Oasi ”Maria Immacolata” si conservano i pannelli del pulpito eseguito nel 1725 e smontati dopo il terremoto del 1962. Elegantemente assorbita nell’architettura di uno dei due chiostri del complesso religioso, la nuova cappella del1’Oasi ospita due splendidi confessionali del tardo Sette- cento, un grande crocifisso in madreperla proveniente dalla Terra Santa e 1’Immacolata in ceramica del maestro Antonio Zanini. L’Immacolata dello Zanini e un’opera piena di simbologie apocalittiche che esprimono la vittoria finale del Bene. La mano sinistra della Madonna e circondata da tante stelle che sembrano altrettanti dardi lanciati contro il demonio;
al posto dei piedi vi e una grossa stella: quella che farà precipitare Satana sulla Terra. Il tutto è sormontato dall’albero della Vita, 1’Eucarestia, contro cui vorrebbe lanciarsi il Maligno, ormai agonizzante. Nonostante i suoi sei metri d’altezza e la copiosità degli elementi simbolici, 1’intera opera risulta essere slanciata e nello stesso tempo leggera. Dal 1990, accanto ai locali dell’Oasi ”Maria Immacolata”, ma assolutamente indipendente, e stata costituita, sempre dalla provincia minoritica Sannito-Irpina, la Casa S.Elisabetta per
l’accoglienza e la permanenza di anziani di ambo i sessi. Scendendo la scala della chiesa di S.Antonio, sulla sinistra, collocato in un classico esempio di giardino inglese, e il monumento in pietra di Vicenza a S.Pompilio Maria Pirrotti. Esso fu inaugurato il 12 agosto del 1984, cinquantesimo anniversario della canonizzazione del santo montecalvese. Lasciandosi sulla destra il monumento a S.Pompilio, si prosegue per Via Maddalena, stretta tra la secolare pineta comunale e
l’antico bosco dei frati minori. Il muro di cinta di quest’ultimo, che si estende per 510 mq, e interamente affrescato con uno dei murales a soggetto unico più grandi d’Italia. In un affascinante intreccio tra Storia e Mito, sono narrate le vicende della comunita montecalvese dal suo nascere fino alla seconda meta del 1600. Coordinati dal critico d’arte Marisa Russo, hanno dato vita al murale gli artisti Lavinio Sceral, Lello Sansone, Michele Giglio e Renato Criscuolo. Agganciato al rosso tappeto volante, elemento d’unio- ne dell’intera narnzione murale e lo ”scazzamariello”, prima figura mitica rappresentata (foto 39). Secondo la tradizione popolare, il dispettoso folletto ha il potere di defecare oro. La ”pacchiana”, cioe la donna con il tipico costume montecalvese, rappresenta la sintesi tra Storia e Mito in quanto pur essendo figura reale, e, ormai, simbolo di una
civiltà scomparsa e profondamente trasformata. In un turbinoso cielo squarciato dai lampi si erge la rocca romana sorta durante le guerre sannitiche e divenuta, successivamente, il castello di Montecalvo. Spettri alla ricerca delle nordiche radici, i soldati
longobardi vi si aggirano smarriti. Mefite, nauseabonda personificazione delle stomachevoli esalazioni, dea effettivamente adorata presso la Malvizza di Montecalvo dagli antichi Sanniti e dagli stessi Romani, ispira una sorta di fusione tra religione e magia.
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Chiassetto
accese - Leone in Pietra - Sec. X
La scultura, già della
chiesa longobarda di S. Angelo, è oggi incastonata sullo
spigolo del palazzo Siniscalchi |
Le leggendarie ”Janare” (streghe), che tanta fortuna ebbero nell’area beneventana, trovarono terreno fertile nel contesto culturale montecalvese. La tempesta creava le condizioni ottimali
perché potessero radunarsi per danzare intorno al famoso noce di Benevento:
”sott’acqua
e sott’a bbientu sott’a la noce di bbinivientu ”
(”sotto acqua e sotto vento sotto il noce di Benevento”)
e la formula magica pronunciata dalla Janara prima di spiccare il volo. In contrada Malvizza e ambientata la scena dell’oste malvagio, che
l’avidità sta trasformando in bestia. Egli serve carne umana, meglio ancora di bambini, ai malcapitati avventori. Satana, concorrente nel Male, o Cristo, sdegnato da tanta efferatezza,
inabissano la taverna nelle viscere della Terra da dove sarebbero sorte le malefiche bolle. La dea Diana, storicamente adorata in territorio montecalvese e ritenuta nel Medioevo protettrice delle partorienti, rappresenta la difesa della vita calpestata dall’oste maligno. Il beato Felice da Corsano, nell’evidente smaterializzazione, e
l’antitesi del crudele oste di contrada Malvizza: mentre questi e trasformato in bestia dalla materia,
l’asceta e spiritualizzato dal misticismo. L’integrazione del dinamismo germanico con la cultura romana attraverso la mediazione cristiana, da corpo alle umbratili figure dei Longobardi invasori ed i crociati, insieme al radioso rosone gotico, diventano il simbolo della nuova Europa. Sullo sfondo
l’ospedale di S.Caterina, fondato a Montecalvo dagli stessi Crociati. La terribile peste del 1656 che violenta si abbatte sull’intero regno di Napoli, e il motivo ispiratore della penultima scena. Il dolore umano, che sovrasta ogni cosa, accomuna quella tragica occasione a tutte le altre sventure, soprattutto terremoti, che nel corso dei secoli sono state causa di lutto. Il viaggio del tappeto volante si conclude in Oriente, che non e, pero, ricercato lontano nello spazio inserendosi senza fratture tra la Storia ed il Mito di Montecalvo. Anche in questa scena, che sembra la
più fantastica di tutte, col Mito, si alterna la Storia: le esperienze guerresche degli antichi crociati,
l’arrivo della cultura araba filtrata nelle esperienze dei Pugliesi immigrati a Montecalvo dopo la peste del 1656, si tramandano in segni di pietra scolpiti sui noti portali che la magica lanterna di Aladino trasforma in un dolce paesaggio orientale. Il
sekoma, l’antichissima mensa ponderaria presente a Montecalvo da tempo immemorabile, da misura granaria si trasforma in misura del tempo che non cancella il passato. Un portale che si apre al futuro, e il segno che la Storia continua.
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Murale di
via Maddalena
Lo "Scazzamariello"
(pittore Lavinio Sceral)
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