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I testi e e le fotografie sono tratti dal libro "Progetto itinerari turistici Campania intera"
per gentile concessione del suo autore Giovanni Bosco Maria Cavalletti

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Di notevole interesse storico-paesaggistico possono essere le escursioni in contrada Corsano (strada provinciale per Benevento) a circa 5 Km dal paese, e in contrada Malvizza (S.S. 414 e S.S. 90 bis per le Puglie, bivio per Castelfranco in Miscano) a circa 15 km dal paese. In contrada Frascino (al limite del centro urbano – bivio sulla S.S. 414 per Ariano Irpino), immersa nel verde della vegetazione locale, ricca di olmi, acacie e noci, e la piscina con bar ”Club Acqua Azzurra” funzionante nel periodo estivo e ben attrezzata per la balneazione. Manifestazioni di carattere musicale e culturale ne caratterizzano le serate. In contrada Corsano, sito dell’antico omonimo feudo distrutto dalla peste del 1656, sono ancora visibili i ruderi del castello e della chiesa abbaziale di S.Nicola in Corsano. Al tempo della dominazione sveva proprietario del castello era Nicola di Serino, ma dopo l’affermazione del partito guelfo (1266), fu restituito a Matteo di Tocco, partigiano di Carlo D’Angiò. Per molto tempo il feudo di Corsano seguì le vicende di Montecalvo, fino a che non fu acquistato da Giovanni Andrea de Riccardo che sborso dodicimila ducati al conte di Montecalvo Giovan Battista II Carafa. 

 

Corsano - Ruderi della Chiesa di S. Nicola di Bari. L'architettura attuale è del XVIII secolo, ma il tempio ha strutture molto più antiche.

 I de Riccardo tennero Corsano fino aI 1727, fino a quando cioè non lo vendettero alla N.D. Vittoria de Simone, vedova di Giovan Battista Pedicini, marchese di Luogosano. La famiglia Pedicini curo molto il feudo ed investi migliaia di ducati per bonifiche agricole di ogni genere compresa la costruzione di masserie, taverne, case, stalle, fontane. Durante il suo governo vi fu anche il tentativo di restituire; i Corsano la civica amministrazione, ma tutto fu inutile: la peste del 1656 aveva inferto un colpo mortale alla comunità corsanese. Da allora, in modo lento, ma inesorabile, e avvenuta una vera e propria fusione tra Corsano e Montecalvo. Il castello e la chiesa abbaziale di S.Nicola o quantomeno ciò che di essi resta, ancora testimoniano un passato illustre ed autonomo. La chiesa principale dell’antico feudo di Corsano era dedicata a S.Nicola di Bari. Di essa esistono cospicui ruderi che ne conservano ancora le forme originarie. La chiesa e stata abbandonata dopo il terremoto del 1962. All’interno si conservano due lapidi commemorative che si riferiscono all’ampliamento del 1736 voluto dal marchese Francesco Pedicini, le sepolture con relative iscrizioni e due magnifiche acquasantiere in pietra. Una splendida tela di notevoli proporzioni raffigurante S.Nicola di Elari, un altare e qualche antica statua sono conservati nel prefabbricato che sostituisce la chiesa dal 1962. E’ tradizione, nel giorno dell’Ascensione di ogni anno, da parte dei Montecalvesi, recarsi in Corsano presso la cappella della Madonna del Rosario, eretta per grazia ricevuta nel 1938 da Francesco Scarpellino e ricostruita dopo il terremoto del 1980 su disegno dell’arch. Acrisio Marra. La Malvizza è una sconfinata distesa di terre assolate d’estate e percosse dalla gelida bora nel periodo invernale. Sin dall’antichità esse furono disboscate per renderle atte alla coltivazione del grano. Terra di passaggio per la Puglia e percorsa da vecchie e dismesse strade preromane e romane, nonché dal regio tratturo Pescasseroli Candela, la Malvizza conserva ancora quel tipico fascino che promana dalle terre che gli antichi ritennero sacre. 

"Le Bolle" - Malvizza

I Sanniti prima ed i Romani dopo consideravano la Malvizza terra popolata da poteri e da spiriti misteriosi con i quali era conveniente ed opportuno instaurare buone relazioni. Sintesi tra religione e magia era Mefite, personificazione della mefite stessa, cioè del cattivo odore che fuoriusciva dalle mofete. Queste, ancora visibili in attivi crateri di modeste proporzioni, costituiscono, insieme al ponte detto dei Diavoli o di Santo Spirito, una delle principali attrattive della Malvizza. Le malsane esalazioni esaltavano la fertile fantasia degli antichi che ritennero la località sede di numerosi altri spiriti, sia benevoli che malevoli, che intervenivano, rispettivamente, in difesa o in offesa dei punti cruciali di interesse vitale per le singole famiglie e per l’intero popolo, come la porta della casa, il focolare, la dispensa, i campi, i confini, i boschi, le acque. I Romani ritennero le mefiti montecalvesi, oggi meglio conosciute con l’espressione ”bolle della Malvizza”, porte degli Inferi e la vena letteraria popolare vi ha intessute varie leggende di cui la più celebre e quella dell’oste che, appunto in contrada Malvizza, gestiva una taverna. Specialità dell’osteria era la carne, ma i clienti non sapevano che trattavasi di carne umana. A questo punto il racconto assume una doppia versione di cui l’una vuole l’oste e la taverna distrutti dal Demonio, rivale nel male,e l’altra da Cristo o da S.Nicola, offesi dal perpetuarsi di tanta malvagità. Nell’uno o nell’altro caso la taverna sprofondo e si diede origine alle ”bolle”. La tradizione popolare vuole che il 15 agosto di ogni anno si odano ancora venir su, tra il rigoglio dell’acqua, i lamenti dell’infame sprofondato. 

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