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Anche Ferdinando I
D’Aragona, sul finire del 1400, ebbe delle particolari attenzioni per Montecalvo. Con ogni probabilità esse furono sollecitate dal giurista di corte Angelo
Cammisa, montecalvese, consigliere collaterale della corona. Quando, nel 1497, papa Alessandro VI espulse il vescovo di Ariano mons.Paolo de
Bracchis,
perché aveva prestato obbedienza a Carlo VIII, re di Francia, l’abate della chiesa collegiata di S.iVIaria Maggiore in Montecalvo fu chiamato, dallo stesso pontefice, alla reggenza della diocesi
arianese. I fermenti culturali, che pervasero
l’Europa delle nuove scoperte geografiche e dell’invenzione della stampa, e che si riflessero nei movimenti interni agli ordini religiosi, a cui la crescente ricchezza e le continue guerre tra Stato e Chiesa avevano fatto perdere di vista le finalità dei propri canoni, furono vivi anche e Montecalvo. Nel 1518 vi fu la cessione dell’ospedale di santa Caterina da parte di Sigismondo Carafa e del comune di Montecalvo al monaco agostiniano Felice da
Corsano, successivamente
acclamato beato dal popolo. Egli fu promotore di una riforma cattolica, contemporanea al movimento riformatore di Lutero e precorritrice del concilio di Trento. Dopo ventisei giorni dalla bolla ”Exurge Domine”, che scomunicava Lutero se allo scadere dei sessanta giorni non avesse ritrattato le quarantuno proposizioni condannate, papa Leone X, con la bolla ”Exponi nobis nuper”, diretta a Sigismondo
Carafa, nel dare 1’assenso alla costruzione di un nuovo convento a Montecalvo, sottolinea le gravi
difficoltà in cui versava la Chiesa di quei tempi. Nel 1626, con 1’apporto determinante della casa ducale, si diede inizio ai lavori per la costruzione della chiesa e del convento di S.Antonio a ”circa quarantapassi dal borgo, verso mezzogiorno, e riusci cosi ben situato, e che tanta modesta magnificenza, che fa a gara (anno 1734) con più nobili conventi ch questa
(S.Angelo in Puglia) e in altre province” Cda ”Cronistoria della Riformata Provincia di S.Angelo m Pugliag Le strutture furono ultimate nel 1631 ed il convento pote vantare due chiostri, sette dormitori e sessanta celle che, aggiunti ai locali dell’ospedale di
S.Caterina e a quelli del- l’ospedale dell’Annunziata, quest’ultimo a detta del cardinale Orsini ’Vl più nobile” di tutta 1’estesa arcidiocesi
beneventana, fecero di Montecalvo un paese dalle notevoli capacita
ricettizie. I frequenti passaggi tra la Campania e la Puglia, ma soprattutto i mercati e le fiere, costituirono in passato occasioni importanti perché tali strutture fossero sfruttate in pieno. La più antica tra le fiere e, con ogni probabilità, quella di Santa Caterina. Di essa si ha notizia sin dal 1200 ed e ricordata come
l’occasione di un non molto chiaro ed apparentemente poco edificante fatto successo nell’ospedale di S.Caterina ove, pare, fossero state ospitate delle donne in locali non separati da quelli ove erano i frati. La scadenza venticinquennale dell’anno santo, oltre naturalmente ai terremoti, costituiva motivo di revisione, o ristrutturazione, degli ospedali.
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La
"Morte" su un portale di via Angelo Cammisa. La
scultura vuole essere, con ogni probabilità,
l'agghiacciante testimonianza della peste del 1656 |
In occasione del giubileo del 1725 papa Benedetto XIII concesse particolari indulgenze ai pellegrini che fossero passati per la chiesa di S.Maria Assunta in Montecalvo. La già antica tradizione culturale
montecalvese, che annovera nomi di giuristi e teologi fin da11300, fu per cosi dire, istituzionalizzata nel 1652 con
la fondazione, presso il convento di
S.Antonio, delle cattedre di filosofia e teologia, per secoli oggetto di impcgnativi concorsi
da parte dei massimi esponenti del pensiero francescano della provincia minoritica cii S.Angelo in
Vuglia, dal 1911 Sannita-Irpino. Nonostante la grossa portata culturale della fondazione del convento francescano e dell’istituzione di regolari corsi accademici, il posto di preminenza nelle cronache del 1600 spetta alla terribile peste del Cinquantasei. Il grave flagello, nel giro di un paio di mesi, causò a Montecalvo la morte di oltre duemila persone su una popolazione di poco superiore alle quattromila unita.
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Conseguenza dell’epidemia pestifera fu la distruzione di intere terre e questa sorte tocco al feudo di Corsano che da allora, pian piano, e divenuto con Montecalvo una sola realtà civile. A causa della peste, profondi sconvolgimenti demografici interessarono tutto il regno di Napoli. Intere famiglie trasmigrarono dai centri alla ricerca di terre più sicure.
La collina montecalvese fu particolarmente interessata dal continuo arrivo di superstiti, soprattutto pugliesi, che da allora si inserirono nella nuova realtà culturale. La seconda meta del XVII secolo rappresenta per Montecalvo un periodo particolare dal quale nacquero le premesse per uno sviluppo urbanistico che ancora oggi fa risentire la sua lontana influenza. Fu allora, infatti, che si popolo per la prima volta la zona del ”Piano” che, via via, fino ad oggi, ha sottratto alla ”Piazza” la funzione di centro per antonomasia ed e diventata il fulcro dell’attività commerciale locale.
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Base di un
portale di via Nicola Pappano. Il ricordo dei Saraceni da
parte dei pugliesi immigrati a Montecalvo dopo la peste del
1656 fu espresso anche nell'arte
degli scalpellini |
All’espansione fuori mura verso Ovest del dopo terre- moto 1456 segui quella verso Nord-Est del dopo peste 1656. Questa opposta tendenza e motivata dal fatto che mentre nel XV secolo
Corsano, e la rete viaria che lo interessava svolgevano ancora funzione di richiamo, nella seconda meta del XVII secolo Corsano era stata distrutta, dalla stessa peste, ed i nuovi arrivati, giungendo soprattutto dalla Puglia, si fermarono appunto a Nord-Est del paese, non solo, ma la zona del ”Piano” offriva migliori possibilità di sviluppo urbanistico e non a caso, infatti, vi furono costruiti grandi complessi che era inimmaginabile inserire sul cocuzzolo
montecalvese.
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Le prime strade che si popolarono furono Via Bastioni e Via Costa dell’Angelo che partendo entrambe dal Largo Mercato,
l’odierna Piazza Porta della Terra, sfociano in Piazza Vittoria la prima ed alla confluenza di Viale Pini con Corso Vittorio Emanuele la seconda. Sulla cultura indigena se ne inserirono altre. Le influenze marine, i ricordi delle esperienze guerresche tramandate dagli avi e la raffigurazione di stemmi gentilizi delle nuove casate vennero ad arricchire
l’arte della pietra, peraltro gia presente a Montecalvo.
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